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Il Regno d'Italia

Arte e Cultura > Storia della Sicilia
 
 

INDICE

 
 
 
  ¤ Il Regno d'Italia (1860-1946)

La Storia della Sicilia dall'unità d'Italia comprende il periodo che va dalla spedizione dei Mille e l'annessione al neonato Regno d'Italia (1860) fino all'a nascita della Repubblica Italiana nel 1946.

Bandiera del Regno d'Italia
 
 
  ¤ La spedizione dei Mille
Generale Giuseppe Garibaldi

La sera del 5 maggio 1860, dallo scoglio di Quarto (Genova), partiva la spedizione dei Mille, comandata dal generale Giuseppe Garibaldi, sui vaporetti Lombardo e Piemonte.
La mattina dell'11 maggio i vaporetti della spedizione sbarcavano nel porto di Marsala, non incontrando alcuna resistenza borbonica, anche per la presenza di due navi da guerra inglesi in porto.
Il 14 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi si proclama a Salemi dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II° di Savoia.

I Mille di Garibaldi, affiancati da 500 "picciotti" sconfissero le truppe borboniche nella battaglia di Calatafimi (15 maggio).
Intanto a Palermo scoppiava una violenta rivolta, dando così la possibilità a Garibaldi di conquistare facilmente la città, sbaragliando i battaglioni borbonici che combattevano contro i patrioti siciliani sia nel centro abitato che dalle navi ancorate al porto di Palermo.
Il 20 luglio i Mille sconfiggono definitivamente i Borboni nella battaglia di Milazzo e, nei giorni successivi, ottengono la resa di Messina, avendo così il passaggio aperto per continuare le battaglie contro il Regno delle Due Sicilie nel continente.
Molti siciliani si arruolarono nell'Esercito meridionale di Garibaldi. La Sicilia, conquistata per intero, è pronta per l'annessione al Piemonte.

 
 
  ¤ Il Plebiscito e l'unione al Regno d'Italia

Il 21 ottobre 1860 nel Regno delle Due Sicilie si svolse il plebiscito per decidere l'annessione al Piemonte. In Sicilia, su 2.232.000 abitanti, gli iscritti alle liste elettorali erano circa 575.000.
Si presentarono a votare in 432.720 (il 75,2 % degli aventi diritto), di cui 432.053 si dichiararono favorevoli e 667 contrari.
La quasi unanimità ottenuta dai favorevoli all'annessione, con un esiguo   
numero   di   contrari   ed  un

Italia nel 1859

numero irrisorio di astenuti, che venne, peraltro, riscontrata in tutti i plebisciti svolti nei vari stati preunitari, non ha mancato di sollevare forti dubbi sulla genuinità e correttezza delle operazioni elettorali.

In particolare dall'analisi delle modalità di voto e dei risultati plebiscitari delle province siciliane, emergono i casi di Palermo (36.000 favorevoli e 20 contrari), dove furono autorizzati a votare anche i cittadini sprovvisti di certificato, poiché "smarrito"; Messina (24.000 contro 8); Alcamo (3.000 contro 14); Girgenti (2.500 contro 70); Siracusa, dove si votò senza che fossero state redatte le liste elettorali; e Caltanissetta, dove il governatore proibì qualsiasi propaganda in senso autonomista.


 
 
  ¤ Prime delusioni
Camillo Benso Conte di Cavour

Le classi più povere, i braccianti e i contadini avevano sperato che il nuovo ordinamento avrebbe assicurato la distribuzione delle terre dei latifondi e dei feudi della chiesa; ma i più si ritennero ingannati quando si resero conto che non sarebbe stata effettuata alcuna riforma agraria.
Il Conte Camillo Benso di Cavour, che aveva fretta di definire l'atto di annessione nel timore di un intervento militare delle potenze amiche dei Borboni, scavalcando Garibaldi e le sue promesse, estese alla regione le leggi e i regolamenti in vigore nel Regno di Sardegna.

Venne ignorato del tutto il fatto che la Sicilia godesse già di leggi speciali e di una certa forma di autonomia sotto i Borboni, ottenute anche a seguito di precedenti rivolte popolari, e furono trascurate le spinte autonomistiche che la Sicilia aveva sempre manifestato nei confronti dei poteri centrali succedutisi negli anni.
Tutto ciò provocò in poche settimane il passaggio dall’entusiasmo ad una vera e propria forma di ostilità per tutto ciò che sapeva di "piemontese".
Non fu certo una buona mossa neanche quella di inviare funzionari e amministratori del nord Italia in Sicilia con la motivazione che c’era troppa corruzione e clientelismo. Il loro modo di pensare era diverso da quello degli isolani e questo aggravava le incomprensioni.
Oltre alla mancata distribuzione delle terre, promessa da Giuseppe Garibaldi, vennero introdotte nuove pesanti imposte come quella sul sale, sul macinato (che colpiva prodotti basilari per l'alimentazione delle classi inferiori come il pane e la pasta) e venne attuato il servizio militare obbligatorio. In un mondo contadino, in cui il numero di braccia era quello che faceva la quantità di raccolto, togliere alle famiglie soggetti giovani e in pieno vigore per il lungo servizio militare riduceva molte di queste alla disperazione.
Il fatto era aggravato dalla mentalità locale che vedeva come disonorevole per la donna lavorare i campi o fare la spesa. Inoltre i renitenti e i disertori, dandosi alla macchia, finivano con l'ingrossare le file della malavita.

 
 
  ¤ Lo sviluppo della Mfia

La nuova struttura amministrativa della regione e la creazione di ben quattro nuovi organismi di polizia lungi dal rivelarsi positivi misero le premesse per la rapida perdita del controllo del territorio, ben conosciuto dalla vecchia polizia borbonica ma spesso incomprensibile ai nuovi funzionari del nord Italia, e favorirono il dilagare della corruzione, degli intrallazzi e della guerra tra bande criminali.
È in questo periodo che compare in maniera evidente il termine mafia.
Nel 1863 ottiene un grande successo una commedia dal titolo "I mafiusi di la Vicaria", ambientata nella prigione di Palermo.
La mafia, da alcuni chiamata anche "maffia" (che tuttavia secondo il Correnti è un termine più toscano che siciliano) esisteva già da tempo; secondo alcuni dalla dominazione araba, secondo altri dal periodo spagnolo e dell'Inquisizione e, secondo altri studiosi, addirittura dal periodo della dominazione romana per il controllo del "granaio di Roma" e dei suoi schiavi.
Nel 1868, la parola "Mafia" veniva definita non come criminalità organizzata, ma precisamente ad un atteggiamento arrogante, spocchioso, insolente.
Ora che la mafia si "ufficializza" come sistema di difesa dei proprietari terrieri contro i furti, o come sistema dei campieri-gabellotti per intimidire gli stessi proprietari, diventa piano piano anche il mezzo mediante il quale le autorità piemontesi, impotenti a governare il territorio, tengono a freno ogni velleità di rivolta mettendo a capo dei municipi i "capi-rais" o personaggi indicati da questi. Il nuovo ceto politico capisce che gli conviene fare patti di mutuo interesse con il mafioso locale.
Questi amministra la sua giustizia, anche sommaria, risolvendo problemi che l’amministrazione venuta dal nord Italia non riesce neanche ad inquadrare; sopperisce, col suo paternalismo interessato, a risolvere problemi che lo Stato invece accentua e, agli occhi del popolano più misero, risulta quindi più efficiente e "giusto".
È forse questa l'origine della sfiducia verso lo Stato, che appare lontano e vessatorio.
I notabili locali e le nuove classi dirigenti si adattarono presto alle nuove regole, divennero presto convinti fautori, per proprio tornaconto, dell'annessione al Regno piemontese, alcuni anche per mantenere i vecchi privilegi. Perfino la tardiva distribuzione delle terre del latifondo e dei feudi ecclesiastici, iniziata nel 1861, a gente troppo misera, che finiva con l'indebitarsi per acquistare le sementi ed era costretta a svendere le terre stesse per debiti, sortì solo l'effetto di riformare i latifondi con nuovi proprietari ed acquirenti e, per giunta, a prezzi stracciati.

 
 
  ¤ La Sicilia sotto la Legge Marziale
Vittorio Emanuele II°

Di lì a qualche anno, nel 1863, la Sicilia si trovò sotto la legge marziale del generale Govone, con la facoltà di fucilare la gente sul posto.
Venne preferita infatti la repressione sommaria e dura, arrestando la gente senza processo ed usando anche la tortura per vincere l'omertà. Le repressioni non colpivano selettivamente ma anche la semplice renitenza alla leva provocava durissime ritorsioni contro la popolazione di interi villaggi che venivano privati dell'acqua potabile.

Scrive il Correnti nella sua Storia della Sicilia che ad un giovane sarto palermitano, Antonio Cappello, sordomuto dalla nascita, vennero inferte 154 bruciature con ferri roventi perché ritenuto simulatore dagli ufficiali piemontesi della visita di leva.
Alla fine del periodo si contavano oltre 2500 morti e la condanna di quasi tremila banditi. Ciò che di fatto mancava alla Sicilia allora come nel passato era una classe borghese colta e “illuminata” che sapesse cogliere le occasioni migliori; al suo posto invece c'era una nuova classe politica fatta di opportunisti e "nuovi ricchi" al servizio dei notabili piemontesi alleati a quella parte di aristocrazia sonnolenta che viveva sperperando le rendite del latifondo.
Nel carattere dei siciliani si avvertiva l'influenza di oltre quattrocento anni di dominazione spagnola e non c’era stata in Sicilia alcuna rivoluzione francese a cambiare le cose e l’Inquisizione era stata abolita, in ritardo, solo mezzo secolo prima.

 
 
  ¤ Brigantaggio e rivolte indipendentistiche

Già nell'agosto 1860 era nati i primi malcontenti, i fatti di Bronte, duramente repsessi da Bixio.
Dopo la delusione per l'annessione della Sicilia, anziché di una autonomia federalista, come si sperava, fu ulteriore occasione di malcontento, nel 1862, il fatto che all’Aspromonte, Garibaldi, che in Sicilia aveva reclutato i volontari, fu affrontato e ferito ad una gamba, proprio perché a sparare furono i "piemontesi".
Le condizioni economiche peggiorate, l'incomprensione della nuova classe dirigente, l'aumento delle tasse e dei prezzi dei beni di prima necessità, l'aggravarsi della questione demaniale dovuta all'opportunismo dei grandi proprietari terrieri, furono le cause principali dell'incremento del brigantaggio postunitario nell'isola, soprattutto tra persone di umile estrazione sociale ed ex soldati dell'esercito delle Due Sicilie.
La repressione del brigantaggio fu molto cruenta da parte dei generali piemontesi.
Diverse furono le bande che permasero fino alla fine dell'Ottocento: la banda maurina di Biagio Valvo sui Nebrodi, quelle di Angelo Pugliese e Alberto Riggio nell'agrigentino, Placido Botta ed Angelo Scarpa nel catanese. In quegli anni però brigantaggio, lealismo e sentimenti antiunitari, miseria, si fusero in un crogiolo di rivolte. Nel 1866, scoppiò a Palermo l'ennesima rivolta, la Rivolta del sette e mezzo, anche in conseguenza di tali vendite irregolari, che avevano fruttato oltre 600 milioni di lire e che furono utilizzate, come annunciò pubblicamente il 16 marzo 1876 il primo ministro Marco Minghetti, per pareggiare il bilancio dello Stato sabaudo. Le proprietà ecclesiastiche vendute davano lavoro a migliaia di contadini, che così persero la loro unica fonte di reddito.
La rivolta venne sedata dalle truppe del generale Raffaele Cadorna, con i soliti mezzi sbrigativi. Un ulteriore aggravamento di ostilità verso lo Stato lo alimentava l'atteggiamento della Chiesa, scomunicando coloro che acquistavano le terre confiscatele con la legge delle Guarentigie, nonché la gestione spesso scandalosa e corrotta delle procedure di vendita.
Scriveva Garibaldi nel 1868 ad Adelaide Cairoli: « ... non rifarei la via del sud, temendo di essere preso a sassate... » (in quanto aveva promesso la terra ai contadini ma poi non aveva mantenuto).

 
 
  ¤ L'economia siciliana

Gli investimenti inglesi dei Withaker, dei Woodhouse, degli Ingham e di altri avevano stimolato un certo fervore di ripresa economica.
Nelle aree del trapanese si erano sviluppati i settori vinicolo e agroalimentare e, nella Sicilia centrale, quello del commercio dello zolfo.
Negli anni '40 del XIX secolo, gli Ingham e i Florio avevano costituito una società per la produzione di derivati dello zolfo e una per i battelli a vapore siciliani: era il 1853 quando il piroscafo "Sicilia" partiva per gli Stati Uniti d'America.
Le imprese Ingham importavano velluti e tessuti stampati a Leeds, in società con gli Smithson di Messina, ed estendevano la loro attività al commercio dell'olio, della liquirizia e degli agrumi.
Dato che nel XIX secolo la Sicilia era dotata solo di Banchi pubblici di deposito che non esercitavano il credito produttivo, era importante l'attività bancaria degli Ingham, dei Gibbs e di altri uomini di affari inglesi, che concedevano crediti agli altri mercanti, agli aristocratici siciliani ed alla borghesia emergente. Le esportazioni di vino della provincia di Trapani giungevano a Boston, New York, Filadelfia, Baltimora e New Orleans, nel Brasile, in Australia e persino a Sumatra.
Attraverso la Casa di Commercio di Palermo degli Ingham, si realizzava un vasto giro di affari per la fornitura di sommacco e di zolfo.

 
 
  ¤ Il crollo economico in Sicilia

Il Regno delle due Sicilie non aveva un elevato debito pubblico al momento della sua caduta, anche a causa della bassa quantità di investimenti in opere di modernizzazione; al contrario, il Regno di Sardegna ne aveva uno molto elevato anche a causa delle guerre sostenute contro gli austriaci. In seguito all'Unità d'Italia venne unificato anche il debito, facendo gravare anche sui contribuenti meridionali gli investimenti effettuati in Piemonte nel corso degli anni '50 del XIX secolo.
I fondi del Banco delle Due Sicilie, che era la Banca nazionale del regno borbonico (443 milioni di Lire-oro, all'epoca corrispondenti al 65,7 del patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme) vennero incamerati dal nuovo Stato italiano, concorrendo a costituire il capitale liquido nazionale nella misura di 668 milioni di Lire-oro.
L'istituto fu poi scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia, partendo con evidente perdita iniziale di competitività nei confronti delle imprese bancarie nazionali. Ad Unità realizzata, con le politiche liberiste del nuovo Regno d'Italia, a cui erano state estese le metodologie di governo proprie del vecchio Stato sabaudo, entrarono in crisi i principali settori produttivi delle regioni meridionali e della Sicilia, che perse i mercati tradizionali non reggendo più la concorrenza inglese e francese.
La fiscalità, divenuta più gravosa rispetto a quella borbonica, finiva così col finanziare gli investimenti al nord Italia.
Sulle spalle dei siciliani, abituati ad unica tassa sul reddito, che copriva tutte le spese pubbliche ed anche locali, si venivano a caricare le nuove tasse comunali, le nuove tasse provinciali, il "focatico" (che essendo una tassa di famiglia colpiva duramente le famiglie numerose), la tassa sul macinato (che affamava proprio i più poveri, quelli che, cercando di risparmiare macinando il proprio esiguo raccolto, incorrevano nella famelica imposta), la nuova tassa di successione ed altre cosiddette addizionali.
Il nuovo Stato, peraltro, era ancor più restio dei Borboni ad investire in Sicilia: ad esempio, dal 1862 al 1896 vennero investiti per opere idrauliche al nord Italia 450.000.000 contro soli 1.300.000 in Sicilia.
Mentre nel resto d'Italia si moltiplicavano le linee ferroviarie, la Sicilia ebbe la sua prima, brevissima, Palermo-Bagheria, solo nel 1863.
La politica liberista dei governi unitari fu quella che aggravò maggiormente la situazione economica della Sicilia, ridotta così a colonia del Piemonte. Con la politica del libero scambio venne disincentivata la produzione della seta siciliana e del tessile locale, troppo frammentati, a vantaggio della grossa impresa del nord Italia e così avvenne anche per la locale industria alimentare; perfino i settori dell’industria pesante decaddero per mancanza di commesse e fondi. Se ne avvantaggiava soltanto la produzione del grano, del vino e degli agrumi, che venivano esportati durante la guerra di secessione americana.
Anche questo durò soltanto fino al 1887, quando il cambiamento della strategia del governo italiano, da liberista a protezionista, e la guerra doganale finirono con l'assestare il colpo di grazia all'economia oramai essenzialmente agricola della Sicilia, privandola dei suoi mercati.
Furono anni in cui avvenne un progressivo spopolamento, per fame, delle campagne.
È proprio in questa serie di fattori che si individua da più parti il sorgere della mai più risolta questione meridionale.


 
 
  ¤ Lo spopolamento delle campagne

Le città relativamente più ricche, soprattutto quelle della costa orientale, con l'afflusso costante di gente in cerca di lavoro proveniente dall'interno, videro incrementare la loro popolazione e con essa i loro problemi sociali.
La popolazione di Catania, che nel 1861 era di 68.810 abitanti, nel 1880 aveva già superato le 90.000 unità.
In quest’ultima città erano avvenuti consistenti investimenti a partire dagli anni anni '70 del XIX° secolo nel settore industriale della raffinazione dello zolfo, che si avvantaggiava della presenza del porto per la sua commercializzazione.
Iniziava anche lo sviluppo delle ferrovie a supporto della stessa, (infatti la stazione della Società per le Strade Ferrate della Sicilia venne costruita nella stessa zona delle raffinerie) e il 3 gennaio 1867 veniva aperto il tronco ferroviario Giardini-Catania della ferrovia Catania-Messina, il cui primo tratto era stato inaugurato l’anno prima.
L'attività della Camera consultiva commerciale di Catania, che era nata nel 1853, in un contesto difficile qual era quello burocratico del governo borbonico, con le sue iniziative e le sue pressioni, promosse il potenziamento delle infrastrutture essenziali come le poste, le banche e i collegamenti marittimi e stradali (al tempo era ancora difficile la comunicazione via terra con Siracusa).
Venne tentata, con la costituzione di una Società di irrigazione del Simeto del barone Spitaleri, la coltivazione del cotone in alcune zone della Piana di Catania e la coltivazione del riso, ma soprattutto quest'ultima si rivelò un'iniziativa fallimentare.
L'attività imprenditoriale cercò allora altre alternative introducendo nelle aree più idonee, come quelle etnee e collinari della Sicilia orientale, la coltivazione su vasta scala degli agrumi, trasformando ampie zone fino ad allora coltivate a vigneto.

 
 
  ¤ I Fasci siciliani (1892-1894)

Fu così che, mentre perdurava il brigantaggio e il malessere sociale, nascevano i primi fermenti di coscienza sociale e collettiva; nel 1892, dopo un congresso operaio a Palermo, nacquero i Fasci dei lavoratori.
Presto venivano reclamate la divisione delle terre ai contadini e la soppressione dei "gabellotti".
Nel 1893, tuttavia, scoppiarono gravi sommosse nell’isola; la componente anarchica sfociava in eccessi e ciò diede a Francesco Crispi, ex garibaldino siciliano divenuto capo del governo nel 1894, il motivo per scatenare una durissima repressione con lo scioglimento dei "Fasci".

 
 
  ¤ L'emigrazione

Il sottosviluppo, l’analfabetismo, l’alta mortalità infantile e la malaria, uniti alle spaventose e disumane condizioni di lavoro nelle zolfare, disseminate in tutte le province medio-orientali della Sicilia, e all’estrema miseria dei villaggi di pescatori delle zone costiere, fecero sì che il governo nazionale, a partire dal 1882, incentivasse l’emigrazione verso il nord America, soprattutto verso gli Stati Uniti e verso il Brasile e l’Argentina nel sud America. Le statistiche affermano che tra il 1871 e il 1921 quasi un milione di siciliani abbiano lasciato l’isola.

 
 
  ¤ Dalla fine del secolo alla prima guerra mondiale
Vittorio Emanuele III°

Gli ultimi decenni del XIX° secolo vedevano la regione ancora priva di infrastrutture viarie e ferroviarie efficienti.
La compagnia ferroviaria Vittorio Emanuele, concessionaria per le costruzioni e l'esercizio ferroviario nell'isola, era in forte ritardo sul programma, tanto che dovette intervenire direttamente lo Stato per la prosecuzione di molti lavori.
Le linee ferroviarie realizzate, più che per collegare i centri urbani, erano realizzate spesso con un lungo percorso che teneva conto solo degli interessi commerciali degli investitori, spesso stranieri; così per andare da Palermo a Messina si doveva passare da Girgenti e Catania.

La linea Palermo-Tra­pani era funzionante dal 5 giugno 1881, con i suoi 195 km, ma passando per Mazara del Vallo e Marsala, si faceva quasi il doppio del percorso.
Ancora nel 1885 questa linea rappresentava un ter­zo di tutta la rete sicula; solo nel 1937 Trapani venne raggiunta direttamente.
Alla lunga, tutto il sistema ferroviario risultò essere stato progettato e realizzato solo in funzione del trasporto ai porti d'imbarco dello zolfo, dei vini e degli agrumi, con effetti per la mobilità e per lo sviluppo che perdurano fino ad oggi.
In più, per scopi clientelari, i percorsi venivano allungati o deviati per raggiungere il fondo o la tenuta di Baroni e latifondisti.
Lo sviluppo del commercio dei filati a Catania attirava immigrati da tutta la provincia; oltre 20.000 tessitori ormai lavoravano nelle filande del capoluogo, e il Banco di Sicilia vi aprì la sua prima filiale.
Un rapporto del 1887 di Gentile Cusa registra ciò evidenziando l'assenza di emigrazione verso l'estero dal catanese, a differenza del resto della Sicilia. Verso la fine del XIX° secolo, anche grazie all'apporto di capitale straniero e ai finanziamenti delle banche si svilupparono, nel sud della Sicilia e a Catania, raffinerie di zolfo e industrie chimiche ad esso collegate, attività molitorie, come i grandi Mulini Prinzi di Catania, che importavano grano ed esportavano farine; il cotonificio De Feo che impiegava oltre 480 addetti e nel 1897 produceva 1500 kg di filati al giorno; estesa era anche la produzione di mobili e di carrozze.
La fine del secolo vide anche la costruzione della Ferrovia Circumetnea, che trasportava merci e viaggiatori dalle zone attorno all'Etna verso Catania e il suo porto, contribuendo all'export dei vini etnei tramite il porto di Riposto.
Vennero anche approntati progetti di linee tranviarie a servizio delle zone minerarie, come la tranvia a vapore Raddusa Scalo-Assoro Scalo-Sant'Agostino e la Porto Empedocle-zolfare Lucia.
La produzione del "fiore di zolfo", cioè lo zolfo raffinato, ebbe il suo massimo nel 1899, quando la produzione siciliana raggiunse gli 8/10 di quella mondiale, grazie alle estrazioni massicce condotte nella Sicilia interna, soprattutto nelle grandi miniere dei bacini di Lercara, del nisseno e dell'agrigentino, di Floristella e di Grottacalda e delle altre miniere dell'ennese.
Non era comunque ricchezza per tutti: la massima parte dei guadagni andava ai proprietari e agli investitori della "Anglo-Sicilian Sulphur Co." mentre la grande massa di surfarara, donne e carusi versava in uno stato di miseria e sfruttamento ai limiti della schiavitù.
Alla fine del secolo XIX infatti erano attive oltre 700 miniere che impiegavano una forza lavoro di oltre 30.000 addetti le cui condizioni di lavoro tuttavia rimanevano al limite del disumano. In questo clima si svilupparono i Fasci, che vennero repressi duramente dal governo di Francesco Crispi.
Gli anni di fine secolo videro la nascita e lo sviluppo anche in Sicilia delle prime organizzazioni sindacali e l'inizio di scioperi per ottenere più umane condizioni di lavoro.
Proprio gli zolfatari, più di tutti, parteciparono alla costituzione dei Fasci dei lavoratori: nel maggio 1891 si costituì il Fascio di Catania, nell'ottobre 1893 a Grotte, paese minerario in provincia di Agrigento, si tenne il congresso minerario.
Al congresso parteciparono 1.500 fra operai e piccoli produttori. Gli zolfatari chiedevano di elevare per legge a 14 anni l'età minima dei carusi di miniera sfruttati fin da allora come schiavi, la diminuzione dell'orario di lavoro (che era praticamente dall'alba al tramonto) e il salario minimo.
I piccoli produttori chiedevano provvedimenti che li affrancassero dallo sfruttamento dei pochi grossi proprietari, che controllavano il mercato di ammasso ricavandone, loro, tutto il profitto.
I Fasci tuttavia vennero sciolti d'autorità dal governo Crispi all'inizio del 1894, dopo che, negli scontri con l'esercito, erano morti oltre un centinaio di dimostranti in un solo anno.
Nel 1901 le unità lavorative raggiunsero il livello massimo di trentanovemila con 540.000 tonnellate di minerale di zolfo estratto.
All'inizio del secolo XX°, la Sicilia si affacciava con grave carenza di infrastrutture (la maggior parte della rete ferroviaria interna venne infatti realizzata a partire dalla statalizzazione delle ferrovie dopo il 1905 e terminata alla soglia degli anni '30 quando il settore minerario era già in crisi profonda).


 
 
  ¤ Il periodo Fascista (1920-1940)

Privo di consistenza storica, il periodo fascista nell'isola fu segnato soprattutto dall'inefficienza e dalla corruzione del regime.
Giovanni Gentile si distinse in campo politico, ma il suo tramonto fu rapido.
Poco o nulla fece Mussolini rispetto agli uomini di governo precedenti.
Nei primi decenni del '900 prevalevano ancora gli interessi dei grandi proprietari terrieri, e questo determinò un rallentamento nell'evoluzione dei fatti sociali ed economici rispetto agli altri paesi italiani.

Mussolini

Mussolini si dimostrò un abile oratore: coinvolgere le masse era il miglior modo per diffondere tra gli italiani il sogno di una nazione militarmente forte, ma perché ciò avvenisse, occorreva industrializzare il Nord prendendo dal Sud materie prime e cibo a basso costo.
Si arrivò così allo scontro tra latifondisti e fascisti radicali.
A Palermo, le idee anti-liberali di Alfredo Cucco ebbero un iniziale successo, ma le elezioni del 1925 non sciolsero il potere delle vecchie clientele.
Cesare Mori, lontano dagli ideali di Cucco, operò perché governo e latifondisti trovassero un accordo. Tuttavia, anche in questo caso, ogni speranza di rinnovamento venne presto delusa e il fascismo siciliano consolidato con l'aiuto dell'aristocrazia.
I metodi di attacco alla mafia, attivati da Mori, non riuscirono a superare il malcontento del popolo nei confronti dello Stato: molti avvertivano più sicura ed efficace, la protezione dei potenti. Le condizioni di vita contadina non migliorarono.
Nonostante, in Sicilia, fosse stata lanciata, nel 1925, la "battaglia del grano" troppe terre furono coltivate a grano più volte consecutive a danno della produzione tradizionale di olio e agrumi; diminuì in questo modo, la fertilità di molti appezzamenti a favore delle zone aride.
Lo sfruttamento delle miniere di zolfo lievitò i suoi costi e quando, nel 1927, il sottosuolo fu dichiarato proprietà pubblica, le miniere passarono in consegna ai vecchi proprietari che le amministrarono ma senza aumentare la produzione.
Nel 1940 fu approvata una legge che regolava la divisione del latifondo, ma l'avvento della seconda guerra mondiale ne impedì l'applicazione.
Il miglioramento economico e sociale tanto propagandato dal fascismo, non si estese in modo uniforme in Italia. Le risorse naturali della Sicilia non furono sfruttate razionalmente, e lo stesso Mussolini ammise ufficialmente che gli investimenti nell'isola non erano stati divisi con metodo.

 
 
  ¤ La seconda guerra mondiale e lo sbarco alleato

Con l'entrata in guerra la Sicilia divenne un fronte di prima linea, vista la sua posizione, vicina alla roccaforte inglese di Malta e centrale per i rifornimenti delle truppe in Nordafrica. Le città siciliane già dal giugno 1940 subirono bombardamenti aerei che divennero pesanti dalla fine del 1942 fino ai giorni precedenti lo sbarco alleato.
L'Operazione Hasky ebbe inizio con lo sbarco degli alleati in Sicilia (a Licata, tra Gela e Scoglitti e tra Pachino e Siracusa) delle forze alleate, tra il 9 e il 10 luglio 1943, a cui presero parte circa 160.000 uomini. Il 16 luglio gli americani arrivarono ad Agrigento e la Sicilia fu occupata in 38 giorni quando, il 17 agosto, le truppe Alleate entrarono a Messina, dopo aver conquistato Palermo il 22 luglio e Catania il 5 agosto.
A Cassibile in provincia di Siracusa fu stipulato il 3 settembre l'armistizio tra Regno d'Italia e Alleati, reso noto l'8 settembre.
Il generale britannico Harold Alexander, nella sua veste di comandante supremo dell'armata era anche governatore militare delle zone occupate, ma il vero responsabile era il colonnello Charles Poletti, capo dell'Ufficio Affari civili dell'AMGOT.
L'Allied Military Government of Occupied Territories, istituitosi all'indomani dello sbarco in Sicilia, inizialmente internò tutti i militari italiani, senza distinzione.
Il diffondersi dei saccheggi e di atti di violenza privata richiedeva capacità di controllo del territorio, cioè una forza di polizia che i militari anglo-americani non erano in grado di esprimere.
Per questa ragione decisero di ripristinare la struttura territoriale dei Carabinieri Reali e già il 4 agosto 1943 nacque a Palermo il Comando Superiore Carabinieri Reali della Sicilia alle dipendenze degli "Affari Civili" del Governo Militare di Occupazione, con competenza sull'ordine e la sicurezza pubblica.
Dal febbraio 1944, avvenne la restituzione dei territori occupati, tra cui la Sicilia, al governo italiano, ma sottoposto comunque alla supervisione della Commissione alleata di controllo.

 
 
  ¤ Tra Separatismo ed Autonomia (1944-1946)
Umberto II°

Le origini di un movimento indipendentista moderno in Sicilia sono invece da ricercare nelle rivolte separatiste del 1820 e nella Rivoluzione indipendentista siciliana del 1848.
La data di nascita di un sentimento indipendentista spontaneo (nell'epoca contemporanea), all'interno dello Stato italiano, può essere considerata il 16 settembre 1866, in cui il popolo siciliano si ribellò, in maniera più o meno violenta, alla dominazione del neonato Regno d'Italia.

Quella rivolta fu chiamata del "sette e mezzo", quanti furono i giorni che durò. La ribellione infiammò tutta Palermo, la quasi totalità delle città siciliane e comprendeva molte fazioni politiche nate durante il Risorgimento (repubblicani, filo-clericali, filo-borbonici).
Tale rivolta fu sedata violentemente dall'Esercito Italiano e ogni intento di ribellione in nome di una nazione siciliana fu continuamente represso fino alla quasi totale scomparsa del movimento.
Gli sbarchi anglo-americani, nel luglio del 1943, provocarono danni notevoli e solo lentamente la Sicilia si risollevò.
Il generale britannico Harold Alexander, che nella sua veste di comandante supremo dell'armata era anche governatore militare delle zone occupate, ma il vero responsabile era il colonnello Charles Poletti, capo dell'Ufficio Affari civili dell'AMGOT. on lo Sbarco degli Alleati assunse nuovo vigore il separatismo, e si costituirono il MIS (guidato dalla figura carismatica di Andrea Finocchiaro Aprile), che alla fine della Seconda guerra mondiale vantava più di cinquecentomila iscritti, l'E.V.I.S. il suo braccio militare, (capeggiato prima da Canepa e poi da Concetto Gallo) e altri movimenti minori.
Nel febbraio 1944 gli Alleati riconsegnarono l'isola al governo italiano del Regno del Sud, che nominò un Alto commissario. Intanto, però, riprendeva forza l'antica tendenza all'autonomia, che nel secolo scorso aveva spinto i siciliani a chiedere il distacco dall'Italia.
Il movimento separatista, che tenne agitata la vita dell'isola per diversi anni, si andò spegnendo, anche per l'istituzione, con il Decreto regio 15 maggio 1946, della Regione Siciliana, che concedeva l'autonomia speciale. Poche settimane dopo un referendum sanciva la nascita della Repubblica Italiana, con la Sicilia prima regione autonoma.

 
 






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