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Le storie di Giufà

Arte e Cultura > Racconti

Giufà, è un personaggio della tradizione orale popolare della Sicilia. Il ciclo delle avventure di Giufà è di chiara derivazione araba come dimostra lo stesso nome del ragazzino. Giufà è un ragazzo molto ignorante, che si esprime per frasi fatte e che conosce soltanto una certa tradizione orale impartitagli dalla madre. Nelle sue avventure egli si caccia spesso nei guai, ma riesce quasi sempre a uscirne illeso, spesso involontariamente. Giufà vive alla giornata, in maniera candida e spensierata, incurante di un mondo esterno che sembra sempre sul punto di crollargli addosso. Personaggio creato in chiave comica, caricatura di tutti i bambini siciliani, Giufà ci fa sorridere, con le sue incredibili storie di sfortuna, sciocchezza e saggezza.

  
 
 

INDICE

 
Giufà


   Giufà ed il barbiere maldestro

Giufà andò da un nuovo barbiere per radersi i capelli. Il barbiere, non avendo molta pratica ed avendo una mano malferma, ad ogni taglio gli procurava una ferita che veniva prontamente saturata con un batuffolo di cotone.
Ben presto una prima metà del capo di Giufà fu ricoperta da tanti batuffoli per evitare la fuoriuscita di sangue.
Quando il barbiere prese a radere l’altra metà della testa, Giufà gli chiese sarcasticamente: "Visto che che già metà della mia testa l'hai seminata a cotone, cosa pensi di coltivare nell'altra parte?".

 
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   Giufà, tirati la porta!

Un giorno, la madre di Giufà, poco prima di recarsi a Messa, gli raccomandò di tirare la porta di casa prima di uscire.
Fu così che Giufà, prima di uscire di casa, come la madre gli aveva raccomandato, afferrata la porta d'ingresso, cominciò a tirarla sempre con più forza.
Tira, tira, tanto fece che riuscì a scardinarla. Una volta staccata se la caricò sulle spalle e andò in Chiesa dove ancora si trovava la madre.
Arrivato al cospetto della madre, tra lo stupore dei presenti, gliela depose davanti alla madre e le disse: "Eccoti qui la porta come mi hai chiesto!".

 
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   Giufà e la pentola in prestito

Giufà godeva della triste fama di essere un bonaccione totalmente sciocco e forse lo era veramente ma non del tutto come gli altri pensavano. Per questa fama che si portava dietro, un suo vicino di casa prese sistematicamente a chiedendogli in prestito delle cose che poi non gli restituiva più e quando Giufà ne chiedeva la restituzione, il vicino gli trovava sempre mille scuse diverse per non restituirgli nulla. Un giorno, dopo un'ennesimo rifiuto ricevuto, Giufà decise che era giunto il momento di vendicarsi e fu così che si presentò a casa del vicino per chiedergli in prestito una pentola. L’indomani mattina, puntualmente, bussa alla porta del vicino e gli restituisce la pentola ringraziandolo per la cortesia. Il vicino, ammirato della precisione dimostrata da Giufà, nel riporre la pentola si accorse che all’interno di essa c'era una pentolina più piccola. Esterrefatto si reca da Giufà per chiedergli a chi appartenesse la pentolina che aveva trovato e Giufà candidamente gli risponde che la pentola durante la notte doveva aver partorito e che quindi la pentolina era sua. Il vicino prese le due pentole senza aggiungere altro e se ne andò, convinto sempre di più della stupidità di Giufà. Trascorsero alcune settimane e Giufà ritornò dal vicino per chiedergli nuovamente in prestito una pentola ed il vicino fu ben lieto di accontentarlo, convinto che anche questa volta avrebbe ricevuto una pentola in più. Ma questa volta le cose andarono diversamente di come aveva pensato perché Giufà non gli restituì più la pentola. Il vicino allora si recò da Giufà per chiederne la restituzione ma si sentì rispondere che la pentola, dopo aver cucinato una zuppa di fagioli, si era sentita male, ma tanto male da morire. Il vicino di casa, arrabbiato, gli gridò di non dire stupidaggini perchè non era possibile che le pentole muoiano e Giufà guardandolo divertito gli rispose che se era possibile che una pentola partorisse allora era anche possibile che una pentola muoia, e gli chiuse la porta in faccia.

 
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   Giufà, il cristiano e l’ebreo

Giufà viveva con un ebreo e un cristiano. Una sera, per cena, c’era solo un prelibato piatto di carne che i tre non volevano dividere tra loro.
Quindi decisero, di comune accordo, di non toccarlo e che l’indomani, chi avesse raccontato il sogno più bello, lo avrebbe mangiato.
L’indomani ognuno raccontò il proprio sogno. Per primo parlò il cristiano che disse di aver sognato il Messia che, prendendolo per mano, gli mostrava tutte le bellezze del Paradiso. Poi venne il turno dell'ebreo che rivelò di aver sognato Mosè che gli mostrava le sette meraviglie della Terra.
Giufà parlò per ultimo e disse loro che il suo Profeta Maometto lo aveva svegliato durante il sonno per dirgli: "Giufà, visto che i tuoi sono impegnati a visitare il Cielo e la Terra e che quindi torneranno tardi, mangia tu la carne altrimenti andrà a male fino a domani!" e che quindi a lui non era rimasto altro da fare che ubbidire al suo Profeta e mangiare subito la carne.

 
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   Giufà e il chiodo

Un giorno Giufà trovandosi senza un soldo decide di vendere la sua casa ma a patto che almeno un chiodo all’interno di essa rimanesse di sua proprietà.
L’acquirente, allettato da un prezzo conveniente, accettò di buon grado questa strana clausola. Dopo alcuni giorni che il nuovo proprietario si era insediato, Giufà bussa alla porta della sua ex casa e gli chiede il permesso di entrare per appendere un sacco al chiodo di sua proprietà.
Così fa anche il giorno dopo chiedendo il permesso per togliere il sacco ed appendere al chiodo un vestito.
Non passava giorno che Giufà non si presentasse nella sua ex casa ed anche più volte al giorno: Giufà trovava sempre qualcosa da appendere al chiodo.
Un giorno, come al solito, si presenta con un sacco sulle spalle chiedendo di poterlo appendere al chiodo e quando il proprietario, sentendone l'odore, si accorge che esso contienevasterco di asino, invita Giufà a portare via quel sacco puzzolente che gli ammorbava l’aria.
Giufà allora replicò che il chiodo era di sua proprietà e che quindi poteva appendervi ciò che voleva e che se il proprietario non accettava più il fatto che lui potesse usufruire del suo chiodo era libero di andarsene lasciando la casa ma senza pretendere i soldi indietro.
Passarono così alcuni giorni senza che Giufà andasse a ritirare il sacco e l’inquilino, esasperato dall'odore nauseabondo emanato dal sacco, decide così di lasciare la casa a Giufà che non restituì neanche un soldo.

 
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   Giufà e la luna

Una notte Giufà passando accanto ad un pozzo vi guardò dentro e vide la Luna riflessa sull’acqua.
Credendo che fosse caduta li dentro per errore, prese un secchio, lo attaccò ad una robusta corda e lo calò nel pozzo per tentare di salvarla. Non appena vide il riflesso della Luna dentro il secchio, cominciò a tirarlo finchè, ad un certo punto, il secchio s'incastrò tra le pareti del pozzo.
Giufà allora cominciò a tirare sempre più forte, finchè il secchio, disincastrandosi, lo fece cadere a terra a gambe levate. Sollevandosi Giufà, volse lo sguardo in alto in cerca di un appiglio e vide la Luna che lo guardava benevola.
Un sorriso allora gli illuminò il viso e disse tutto soddisfatto, fra se e se: "Sono caduto, mi sono pure fatto male ma ho salvato la Luna da un annegamento sicuro!"

 
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   Giufà e le chiacchiere della gente

Un giorno Giufà e suo figlio decidono di andare in un villaggio vicino con il loro asino. Mentre camminavano alcune ragazze, vedendo padre e figlio camminare a fianco dell'asino invece di montarlo, si misero a deriderli.
Allora Giufà, infastidito, fece salire il figlio in groppa all’asino e, con lui che gli camminava a fianco, proseguirono il cammino finchè non incontrarono un gruppo di uomini che nel vedere il bambino sull'asino ed il padre stanco a piedi espressero a voce alta il loro dissenso per la mancanza di rispetto verso una persona più grande dicendo che questa era una vera vergogna. Giufà allora, colpito da questi commenti, fece scendere il figlio e montò lui in groppa all’asino pensando che questa volta nessuno avrebbe avuto più niente a ridire.
Continuarono così a camminare fin quando incontrano delle donne che nel vedere il padre sull'asino ed il bambino a piedi espressero il loro dissenso verso un padre snaturato che fa andare il figlio a piedi. Giufà, allora, stanco di essere continuamente criticato, pensò che conveniva salire entrambi sul somaro per far tacere le malelingue e così fecero. Ma, proseguendo il cammino incontrano due uomini che nel vederli sopra l'asino si lamentavano per la mancanza di pietà verso quel povero somaro sottoposto a tanta fatica.
Giufà, esasperato, per togliere qualsiasi altra possibilità di commenti, decide che questa volta sarebbero stati loro, padre e figlio, a portare in spalle il somaro. E così facendo, giunsero al villaggio dove tutta la gente, nel vederli, si mise a deriderli prendendoli in giro.
A questo punto Giufà e suo figlio, rassegnati, scendono l'asino per terra e riprendono a camminargli accanto. E durante il cammino Giufà dice al figlio: "Ascolta figliolo, nella vita qualsiasi cosa tu faccia non puoi trovare tutti d'accordo: l'importante però è che tu faccia ciò che più ti sembra giusto!".

 
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   Giufà e i dieci asini

Giufà, dopo un sogno ispiratore, decide un giorno di fare il mercante di asini e, comprati dieci asini al mercato, li attaccò l'un l'altro in fila indiana, e, montato sul primo di essi, s'incamminò verso casa. Strada facendo decise di contarli per essere sicuro di non smarrirne nessuno durante il percorso e, rimanendo in sella al suo asino ne contò nove.
Preso dalla disperazione li contò più volte ma il risultato non cambiava: gli asini erano nove.
Allora, veramente preoccupato, scende dall'asino e comincia a ricontarli toccandoli uno per uno.
Gli asini, questa volta risultarono dieci e Giufà, tranquillizzato, risalì di nuovo sul suo asino e riprese il cammino verso casa. Dopo un po’, per essere più sicuro, si fermò e sempre senza scendere, prese a contarli di nuovo.
Erano di nuovo nove. Quindi scese dal suo asino e li ricontò uno alla volta e questa volta gli asini gli risultarono nuovamente dieci.
Giufà cominciò, allora, a riflettere sul fatto che gli asini una volta erano nove ed un'altra dieci finchè pensò di aver trovato la soluzione: poiché quando era in sella gli asini erano nove, bastava che lui, anziché salire in sella ad uno dei suoi somari, gli camminasse loro davanti così poteva portarne a casa dieci.
E fu così che Giufà tornò a piedi pur avendo a disposizione ben dieci somari!

 
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   Giufà e i ceci

Un giorno la madre di Giufà andando a Messa raccomandò al figlio di mettere due ceci in pentola a bollire in modo tale che quando tornava sarebbero stati pronti. Dopo un poco che la madre era uscita Giufà eseguì l’ordine ricevuto.
Quando la madre tornò trovò la pentola che borbottava sul fuoco ma quando alzò il coperchio si accorse che dentro l’acqua i ceci non c’erano.
Infuriata, rimproverò aspramente il figlio per non averla ascoltata ma Giufà si difese dicendo: "Ho fatto più di quanto mi hai detto, ho messo in pentola ben tre ceci invece di due!
Poi per controllare la cottura ho assaggiato il primo, per vedere come era di sale ho mangiato il secondo ed infine per vedere se era ancora duro ho mangiato il terzo!
Per questo sono finiti!".
La madre, allora, esasperata, cominciò a picchiarlo con un cucchiaio di legno sulle gambe senza aggiungere altro.

 
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   Giufà e il giudice

Un giorno un povero mendicante affamato si trovò a passare davanti ad una bottega dove si arrostiva carne.
L’odore gli fece aumentare il già grande appetito che aveva e, non avendo con se che pochi denari che non bastavano per comprare la carne, decise di comprare solo un tozzo di pane da un fornaio e mangiarlo vicino alla bottega della carne per accompagnare il tozzo di pane almeno con l’odore della carne.
Il padrone della bottega attese che finisse il tozzo di pane e gli disse che pretendeva il pagamento per lui aver gustato il profumo della sua carne.
Il povero diavolo, allora, non avendo più soldi si rifiutò di pagare quello che non aveva avuto.
La discussione tra i due andò avanti per un po’ finquando decisero di sottoporsi al giudizio di Giufà che era ritenuto da tutti un giudice imparziale ed onesto.
Il vile bottegaio espose a Giufà le sue ragioni chiedendo cinque denari per il profumo della carne di cui aveva usufruito il mendicante.
Giufà allora lasciò cadere sul tavolo cinque denari, quindi chiese al bottegaio se avesse sentito il loro tintinnio.
Il bottegaio rispose allora: "Certo che l’ho sentito e m’è pure piaciuto. Ma cosa significa?".
Giufà allora rispose: "Come il mendicante s’è cibato dell’odore della tua carne, ora tu sei stato pagato con il tintinnio delle mie monete e puoi, quindi, andare via soddisfatto perché giustizia è stata fatta!"
Al vile bottegaio non restò altro che andare via con l’amaro in bocca mentre Giufà invitava il povero mendicante a mangiare con lui.

 
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   Giufà e i cento denari

Giufà stava attraversando un brutto periodo ed era a corto di soldi.
Non sapendo come risolvere il suo problema decise di rivolgersi a Dio pregando a voce alta nel cortile di casa sua per farsi sentire meglio.
Fu così che la mattina successiva, nel cortile di casa pregava a gran voce: "Dio mio, mandami cento denari. Sono un morto di fame.
Sii buono con me, mandamene cento non uno di meno, altrimenti non li accetterò!"
Ogni giorno ed anche più di una volta al giorno, pregava accoratamente. Ma un suo vicino di casa, stanco ed esasperato dalle sue continue preghiere a voce alta pensò bene di vendicarsi.
Preparò così una piccola borsa con dentro novantanove denari per provocare Giufà costringendolo a rinunciare a tutti quei soldi nonostante la fame che aveva.
Fu così che l'indomani, appena Giufà si mise a pregare gliela gettò nel cortile. Giufà, ancora incredulo per quel dono inaspettato piovuto dal cielo, raccolse la borsa da terra e cominciò a contare i soldi che si trovavano al suo interno.
Giufà, allora, constatando che i denari erano solo novantanove, si rivolse al Signore: "Dio ti ringrazio, ma hai accontentato la mia richiesta solo in parte! Non dovrei, quindi, accettare ma per questa volta chiuderò un occhio! Mi raccomando però di mandare al più presto il soldo mancante!".
Ed il vicino, che aveva creduto di potersi prendersi gioco di Giufà, rimase l’amaro in bocca!

 
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   Giufà e i due briganti

Un giorno due briganti, armati di tutto punto, bloccarono Giufà minacciandolo con un coltello e gli chiesero dei soldi.
Allora Giufà, terrorizzato, chiese se poteva sedersi ed avere un bicchiere d'acqua perché gli tremavano ancora le gambe per lo spavento.
Ma i due malfattori cominciarono a minacciarlo con maggior veemenza e, con una voce da far venire i brividi, gli dissero chiaramente che da loro non avrebbe mai avuto dell'acqua e che era meglio per lui se cacciava fuori il denaro.
Giufà cercò allora di giocare d’astuzia e disse: "Soldi con me ne ho tanti, avete derubato l’uomo giusto, ma questo denaro lo darò solo ad uno di voi, quindi decidete a chi, tra voi, dovrò consegnare il denaro.
Uno dei due briganti allora disse: “Io l’ho visto per primo e sarò io ad avere il bottino!”.
L’altro furfante lo rimbeccò: “Si, ma sono stato io ad indicarti l'uomo giusto da derubare!”.
Da questo scaturì una lite furibonda fra i due ladri e Giufà dovette intervenire da paciere dicendo: "Dato che non vi mettete d’accordo, allora, darò i miei soldi solo al più forte tra voi due!”.
Fu allora che i due briganti cominciarono ad urlarsi, vicendevolmente, di essere ciascuno più forte dell’altro e, ben presto, passarono dalle parole ai fatti, pestandosi a più non posso fin quando caddero stremati per terra. Giufà, approfittando del trambusto, scappò veloce come una saetta ed ai due briganti non rimase altro che leccarsi le ferite.

 
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   Giufà e il commerciante

Giufà, avendo deciso di intraprendere un viaggio, chiese al suo vicino di casa se poteva conservargli del ferro perché temeva che i ladri glielo rubassero in sua assenza. Il vicino, che era un commerciante disonesto, acconsentì di buon grado. Una volta tornato Giufà andò dal vicino per riprendersi il ferro. Ma il vicino di casa lo informò, fingendosi addolorato, che il ferro non c’era più essendo stato divorato dai topi. Giufà obiettò, ritenendolo incredibile, che i roditori non mangiano il ferro. Ma il vicino glielo confermò, giurando con tono quasi solenne. A Giufà non rimase che incassare il colpo e andarsene via mormorando tra se che avrebbe avuto la sua rivalsa sul vicino disonesto. Dopo un paio di giorni, Giufà vide che l’asino del suo vicino era pieno di mercanzie appena comprate, così, senza pensarci due volte, lo prese e lo portò con se. Il mercante non vedendo più l'asino e soprattutto le mercanzie che portava, prese a cercarlo dappertutto, ed a domandare a tutti coloro che incontrava per strada se lo avessero visto. Cammina, cammina, cercando, incontra Giufà ed anche a lui chiede se avesse visto il suo somaro. Giufà, con espressione afflitta, gli rispose: "Oh, sapessi, è accaduta una cosa incredibile. Ero tranquillamente affacciato alla finestra, quando ho visto un grosso uccellaccio che con i suoi possenti artigli ha afferrato malamente un asino pieno di roba appesa ai fianchi e con un gran frullar d’ali se l’è portato via, Dio solo sa dove! Ma allora era il tuo somaro che s’è portato via!”. Il mercante, irritato, esclamò "Non dire scempiaggini! Non è possibile! O sei impazzito o hai avuto le traveggole! Impossibile che un uccello porti via un asino pieno di merci!". Giufà con sorrisetto sarcastico dipinto sul volto gli rispose: "Suvvia, se è possibile che dei topolini mangino tutto il mio ferro sino a scoppiarne, perché mai un uccellaccio non potrebbe portarsi via il tuo asino pieno di mercanzie?" e, voltandogli le spalle lo lasciò con naso rivolto verso il cielo.

 
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   Giufà e la statua di gesso

Un giorno la madre affidò a Giufà della tela da vendere, raccomandandogli di farlo a persone di poche parole.
Issatasi la tela sulla spalla, Giufà andò a venderla in paese. Urlando a squarciagola attirò molti potenziali acquirenti ma ognuno di loro era eccessivamente logorroico e quindi non idoneo all'acquisto. Gironzolando, con la tela ancora sulla spalla, gli capitò di entrare in un cortile dove si trovava una statua.
Gli si accostò e le chiese se voleva acquistare la tela. La statua, ovviamente, non rispose. Giufà, allora, pensando di aver trovato l’acquirente giusto, pose la tela sopra la statua e, dicendogli che sarebbe passato il giorno dopo a prendere i soldi, se ne andò soddisfatto.
L’indomani tornò per riscuotere i suoi soldi e non trovando la tela si arrabbiò tantissimo.
Intimò alla statua di dargli i suoi soldi ma vedendo che rimaneva impassibile alle sue richieste prese una mazza e la distrusse. Dentro la statua, però, c’era una pentola piena di soldi. Prese i soldi e tornò dalla madre.
Le raccontò per filo e per segno come si erano svolti i fatti.
La madre, che era furba, gli raccomandò di tenere la bocca chiusa e di non raccontare a nessuno quanto era successo. Così si tennero i soldi.

 
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